La NFL non può più chiamare la CTE un «rischio»: è il costo del mestiere
Una stima di JAMA Network Open (75% di CTE tra i giocatori deceduti) mette fine all'alzata di spalle sulla «scienza incerta»: alla lega servono cambiamenti strutturali, non altri ritocchi.
Foto: U.S. Air Force photo by Senior Airman Ned T. Johnston / Wikimedia Commons (Public domain)
Quando si stima che tre persone su quattro in una categoria di lavoratori muoiano con la stessa malattia cerebrale, «rischio» smette di essere la parola giusta. Comincia a suonare come un eufemismo.
È qui che si trova la NFL dopo uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che stima che circa il 75% degli ex giocatori morti tra il 2008 e il 2023 avesse l'encefalopatia traumatica cronica. Come riporta NBC News, è la stima più alta finora, il triplo della cifra pubblicata dallo stesso gruppo ad agosto. Il team della Boston University ha esaminato 396 cervelli donati, dei quali circa il 93% mostrava CTE, più altri 1.966 giocatori deceduti. Poi ha corretto il fatto che le famiglie dei giocatori con sintomi avevano circa cinque volte più probabilità di donare.
La risposta della lega è stata la solita: «si impegna costantemente per rendere il football più sicuro». È una frase, non un piano.
La difesa della «scienza incerta» ha appena perso il suo argomento migliore
Siamo onesti con le riserve, perché sono reali. È una stima basata su un modello. La CTE si può confermare solo dopo la morte. Russell Lonser della Ohio State, che non ha partecipato allo studio, l'ha definita «il miglior tentativo finora di correggere la distorsione da selezione» nei dati delle banche del cervello sulla CTE, ma ha sottolineato che «va letta così». Ha notato anche che manca un gruppo di confronto di uomini che non hanno mai praticato sport di contatto e che il 75% include alterazioni precoci che forse non hanno mai causato sintomi. Un altro esperto esterno, Jim Kelly, ha fatto notare che le stime poggiano su molti più giocatori senza autopsia che con.
Ora guarda cosa resiste a queste obiezioni. Il responsabile dello studio, Yorghos Tripodis, ha detto che anche con ipotesi molto prudenti la stima non scende sotto il 60%. Per confronto, ha detto che meno dell'1% dei cervelli nelle banche del cervello di comunità mostra segni di CTE. Si può cavillare tra 75 e 60. A nostro avviso, non si può costruire una difesa sul divario tra 60 e meno di 1.
Pensiamo che «servono più ricerche» fosse una posizione ragionevole. Ora funziona soprattutto come tattica dilatoria. L'incertezza che resta riguarda il numero esatto, non la direzione. Quando il disaccordo è se sia tre su quattro o poco meno, il dibattito è già andato avanti.
Caschi e ritocchi al kickoff curano il sintomo, non la dose
La lega cita caschi ridisegnati come il Guardian Cap e la regola del kickoff dinamico, che porta a velocità di collisione inferiori. Va bene. Ma sono misure marginali e non toccano il nucleo del problema.
La sintesi dello stesso Tripodis è netta: più colpi alla testa nell'arco della vita, maggiore il rischio, e ridurre l'esposizione a impatti ripetuti alla testa lo riduce. Nota la parola: esposizione. Non solo «le peggiori commozioni cerebrali». Conta il contatto cumulativo e ripetuto. I giocatori dello studio hanno trascorso in media cinque anni in lega, e questo è solo il tratto NFL di una vita nel football che spesso comincia molto prima.
Le leve logiche sono quindi quelle di cui la lega odia parlare: meno ripetizioni a contatto negli allenamenti, limiti più stretti ai contrasti a pieno contatto e uno sguardo severo a quante collisioni richieda il calendario. Pensiamo che le regole per il fuori stagione e per gli allenamenti siano il punto di partenza più facile, perché tagliano gli impatti senza cambiare ciò che i tifosi vedono la domenica. La durata della carriera è il tema scomodo. Se l'esposizione è la dose, una carriera più lunga significa una dose maggiore, e la lega non può fingere che le due cose non c'entrino.
Chi paga e chi dovrebbe spingere
La NFL Players Association ha detto che studi come questo sono «fondamentali» e che si impegna a sostenere la ricerca e ad ampliare l'accesso alle cure. Bene, ma le cure sono la parte finale. La struttura è quella iniziale. Il sindacato ha titolo per negoziare contatto negli allenamenti e carichi di lavoro e, a nostro avviso, dovrebbe usare questo studio come leva, non come l'ennesima occasione per un comunicato di sostegno.
La lega ha annunciato 100 milioni di dollari per la sicurezza dei giocatori nel 2016, come ricorda ABC News, con un'iniziativa chiamata «Play Safe, Play Smart». Dieci anni dopo, pensiamo che il numero principale faccia sembrare modesto quell'impegno. Una riserva la indicano gli stessi ricercatori: i risultati valgono per ex giocatori deceduti e potrebbero non essere rappresentativi di quelli in vita. È una domanda davvero aperta. Ma vale in entrambe le direzioni. Oggi nessuno può dimostrare che il gioco attuale sia abbastanza sicuro, perché la CTE non si può diagnosticare nei vivi.
Il nostro verdetto
Basta chiamarlo rischio. Va trattato come un costo professionale noto e gestito come tale: pubblicare i dati sull'esposizione, ridurre ancora il contatto negli allenamenti e mettere carichi di lavoro e durata delle carriere sul tavolo della trattativa. La lega può continuare a discutere tra 75% e 60%. Gli oltre 20 milioni di uomini oggi vivi negli Stati Uniti che hanno giocato a football, come ha ricordato Tripodis, meritano un dibattito migliore.
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