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Redazione Sportsfera
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Il conto da 15.000 € di Roberta Bruni giudica la rete di sicurezza dello sport italiano

La primatista italiana racconta che l'intervento l'ha pagato suo padre e che è fuori dalla squadra. Se è vero, le federazioni che contano medaglie abbandonano chi sta sotto il podio.

Pubblicato
29 ottobre 2026
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Immagine generata con l'IA

A cosa serve una nazionale, se si occupa solo degli atleti che non hanno bisogno di essere accuditi? È la domanda scomoda sollevata da Roberta Bruni, primatista italiana del salto con l'asta, che ha reso pubblica una storia che nessuna federazione vorrebbe associata al proprio nome.

Che cosa dice che sia successo

Su Instagram Bruni ha raccontato una brutta fine del 2026. Come riporta Fanpage, dopo un grave infortunio non avrebbe ricevuto alcun supporto medico dalla nazionale, e a pagare l'operazione, 15.000 €, sarebbe stato suo padre. La sua sintesi senza giri di parole: «Ti curano solo se sei ricco». Altri media riferiscono che si è infortunata ai Campionati italiani, ha saltato gli Europei di Birmingham ed è stata lasciata fuori dal programma di sostegno della federazione per il 2027. Secondo il suo racconto, è fuori dalla squadra per l'ultimo ciclo olimpico prima di LA2028.

Due precisazioni. Questa è la sua versione, condivisa sui social, e nel materiale che abbiamo consultato non c'è alcuna replica della federazione di atletica, la FIDAL. Inoltre le ricostruzioni divergono sulla natura esatta dell'infortunio, quindi non ci improvvisiamo medici. Economia e Sport parla di una lesione al tendine del bicipite femorale, mentre un altro titolo fa riferimento a una frattura.

Non è un caso marginale, ed è questo il punto

Bruni ha 32 anni, ha gareggiato alle Olimpiadi del 2020 e del 2024 e il suo primato personale di 4,73 m è il record italiano, secondo la Wikipedia in inglese. Non è una ragazza di talento che non ce l'ha fatta. È il punto di riferimento nazionale nella sua specialità.

È questo a rendere la vicenda così dannosa. Se la primatista dice di essere stata lasciata a finanziarsi da sola l'operazione, il problema non è un intoppo burocratico che colpisce qualcuno ai margini. Fa pensare che la logica del sistema sia investire su chi già vince. Lo dice la stessa Bruni, sostenendo che il supporto è riservato agli atleti di vertice e che «gli altri possono smettere».

Per noi è una logica rovesciata. Gli atleti d'élite, con sponsor, risultati e visibilità, sono quelli che trovano più facilmente assistenza altrove. Una rete di sicurezza esiste per il momento in cui i risultati spariscono, che è esattamente quando arriva un infortunio. Una federazione che ti copre solo finché vinci non offre una rete di sicurezza. Offre un premio.

La selezione non può fare da assicurazione

C'è un controargomento sensato, e merita ascolto. Le federazioni hanno budget limitati, e legare il sostegno ai risultati e ai criteri di selezione è prassi comune. Nessuno può finanziare ogni intervento di ogni atleta. Se l'esclusione di Bruni è avvenuta secondo regole pubbliche, la FIDAL può dirlo.

Ma questa difesa regge solo se separa due cose che la storia di Bruni, così com'è raccontata, sembra fondere: chi viene selezionato e chi viene curato. La selezione è un giudizio sportivo. L'assistenza medica dopo un infortunio subìto mentre rappresenti il tuo Paese a un campionato nazionale è un dovere di cura. Usare la prima per eludere la seconda è il modo per ritrovarsi con un padre che firma un assegno da 15.000 €.

C'è poi un problema di tempistica. Escludere un'atleta dalla squadra mentre si riprende da un intervento che si è pagata da sola crea un incentivo perverso: nascondere gli infortuni, rientrare di fretta, evitare proprio la riabilitazione che allungherebbe una carriera. Le federazioni amano parlare di tutela degli atleti nei comunicati stampa. Il vero test è che cosa succede all'atleta che si fa male e smette di produrre risultati.

Che cosa deve la FIDAL e che cosa osserveremo

Un comunicato non basterà. La federazione dovrebbe rendere pubblici i fatti: quale assistenza medica è prevista per gli atleti dei suoi programmi, a che cosa Bruni aveva o non aveva diritto, quali criteri hanno portato alla sua esclusione e che cosa intende cambiare. Se è stata trattata secondo le regole, quelle regole vanno difese in pubblico. Se il problema sono le regole, vanno riscritte.

Il nostro verdetto: anche nel caso migliore per la FIDAL, cioè con tutte le procedure rispettate e il racconto di Bruni incompleto, il fatto che una primatista possa dire una cosa del genere in modo plausibile dovrebbe far vergognare lo sport. Le medaglie sono la parte facile del lavoro. Una federazione dimostra di tenere agli atleti nei mesi poco glamour dopo l'infortunio, quando non c'è nulla da festeggiare e arriva la fattura del chirurgo.

Se l'Italia vuole una strada credibile verso LA2028, può cominciare rispondendo ufficialmente a una domanda: chi paga quando un atleta si fa male?

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