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Lo sfogo radio di Hamilton nasconde il vero limite della Ferrari: nessuno fissa le regole

La Ferrari aveva la pole in Messico, poi ha perso la bussola al primo giro. La rabbia di Hamilton con i commissari era fuori bersaglio, ma la richiesta di «discorsi seri» è giusta.

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1 novembre 2026
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Immagine generata con l'IA

Come fa una squadra a mettere il proprio pilota in pole e a finire comunque al centro della scena per i motivi sbagliati, proprio nel giorno in cui un rivale conquista il titolo mondiale? Chiedetelo alla Ferrari. A Città del Messico, la cosa più veloce delle auto rosse è stata la capacità di complicarsi la giornata da sole.

Ecco la versione breve. Lewis Hamilton è partito dalla pole, la prima con la Ferrari, ed è stato subito superato dal compagno Charles Leclerc, partito terzo. I due si sono toccati alla curva 4 e Leclerc ha ricevuto una penalità di cinque secondi. Hamilton ha poi perso un'altra posizione a favore di Max Verstappen. Alla radio ha detto: «Abbiamo grossi problemi» e, secondo Adnkronos, ha sostenuto che la direzione gara volesse la vittoria di Leclerc. Ha vinto Verstappen, Hamilton è stato secondo, e Kimi Antonelli ha chiuso terzo ed è stato incoronato campione.

I commissari non erano i cattivi

Partiamo dalla parte dello sfogo che, a nostro avviso, non regge. Accusare la direzione gara di favorire Leclerc è una frase detta a caldo, non un argomento. Nelle motivazioni pubblicate dai commissari, entrambe le vetture sono arrivate troppo veloci alla curva 4, Leclerc non aveva diritto di rivendicare la curva e ha completato un sorpasso stando fuori pista. La penalità base è di 10 secondi. L'hanno ridotta a cinque in parte perché anche Hamilton era fuori pista all'interno, e perché è successo all'inizio del primo giro.

Non è un complotto. È un verdetto condiviso che, semmai, sembra clemente con Leclerc. La lamentela di Hamilton è legittima nello spirito: ha perso aria pulita e posizione in pista a favore di un compagno al primo giro. Ma il responsabile non è qualcuno seduto nella sala dei commissari.

Il vero errore è avvenuto al muretto

Il dettaglio più interessante è ciò che ha fatto la Ferrari subito dopo. Secondo Adnkronos, il muretto ha detto a Leclerc di restare davanti, con la posizione da restituire poi a Hamilton, ma Verstappen era ormai tra i due. Il costo della manovra era già incassato. Lo stesso Leclerc ha ammesso che la penalità era meritata e ha detto di non essere riuscito a restituire la posizione.

Mettendo insieme i pezzi, a nostro parere, sembra una squadra che non aveva risolto la situazione più prevedibile delle corse: due auto, una curva, primo giro. Con un poleman e un pilota partito terzo, qualcuno avrebbe dovuto stabilire prima dello spegnimento dei semafori cosa succede quando si incontrano alla prima staccata. Non possiamo credere che «correte duro ma non toccatevi» sia un piano. È una speranza.

Sosteniamo che sia un problema di gestione più che di prestazione. Un'auto in pole non è un'auto lenta. Le pagelle di Leggo, che hanno definito Hamilton un «guerriero» e Leclerc «confuso» (per la partenza e per un problema di gomme dopo la ripartenza), si leggono come un verdetto sui singoli piloti. Noi le leggiamo diversamente: entrambi sembrano improvvisare dentro un sistema che, visto da fuori, non ha chiarito dove sia il confine.

Discorsi seri, sì. Teatro, no.

La richiesta di Hamilton di «discorsi seri», come l'ha titolata la BBC, è l'istinto giusto. La domanda è chi li ascolta. La nostra opinione: la Ferrari dovrebbe dire pubblicamente qual è il suo protocollo tra compagni, in un paragrafo chiaro, senza esporre la discussione privata. I tifosi non hanno bisogno della trascrizione di un debriefing. Hanno bisogno di sapere se la politica della squadra è «corsa libera», «proteggere chi è davanti» o «chi parte in pole ha il beneficio del dubbio».

Il silenzio è l'opzione peggiore. Quando un sette volte campione getta a terra un monopattino e dice che la squadra ha «grossi problemi», un comunicato aziendale vago verrà probabilmente letto come una conferma. Uno specifico verrà letto come controllo.

C'è anche un calcolo che riguarda Hamilton stesso. Si è ripreso fino a chiudere secondo dopo la bandiera rossa, il che suggerisce che passo e grinta ci sono ancora. È proprio per questo che l'episodio conta: se un pilota in quello stato d'animo riesce ancora a rendere, la squadra non ha scuse per continuare a fargli portare il peso emotivo della propria ambiguità.

Il nostro verdetto

A nostro avviso, la Ferrari non ha perso in Messico perché l'auto non andava. Ha perso perché due piloti veloci si sono scontrati con quella che sembra una mancanza di regole. Hamilton ha sbagliato sui commissari, ha ragione sulla squadra, e la soluzione è noiosa: fissare le regole d'ingaggio, dire a tutti quali sono e farle rispettare in modo uguale. Se la Ferrari lo farà, il Messico verrà ricordato come un'utile figuraccia. Se non lo farà, il prossimo grande messaggio radio arriverà con un conto più salato.

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