I club di Eurolega non devono consegnare le chiavi all’NBA, qualunque sia l’assegno
Bertomeu ha ragione: una partnership senza la proprietà del prodotto trasformerebbe la migliore lega d’Europa in un marchio satellite, e i numeri della NBA lo dimostrano.
Immagine generata con l'IA
Quanto vale una lega se non possiede il proprio prodotto? Chiedetelo ai club di Eurolega, perché stanno per scoprirlo. Jordi Bertomeu, da lungo tempo al vertice della competizione, avverte che la proposta dell’NBA sarebbe un passo indietro. Pensiamo che abbia ragione, e il motivo è meno sentimentale di quanto sembri.
L’Eurolega ha già detto no una volta, e l’NBA va avanti comunque
I fatti essenziali sono semplici. Gli azionisti dell’Eurolega si sono riuniti sul Lago di Como all’inizio del mese e, secondo il Sports Business Journal, hanno respinto una presunta offerta di fusione dell’NBA. L’NBA sostiene che NBA Europe partirà a ottobre 2027 con o senza l’Eurolega. Il vicecommissioner Mark Tatum l’ha messa così: «continuiamo a sperare di raggiungere un accordo, ma siamo pronti ad andare avanti comunque».
L’obiezione di Bertomeu, come riporta Marca, riguarda soprattutto il controllo della competizione. A nostro avviso è il principio in pericolo, e pesa più di qualunque singola cifra della proposta.
Il patrimonio è il controllo, non l’assegno
Sulla carta, l’offerta dell’NBA è generosa. Secondo il Sports Business Journal, prevede di investire 3 miliardi di dollari al lancio per coprire i deficit iniziali, e NBA Europe avrebbe ricevuto offerte singole tra 500 milioni e 1 miliardo di dollari. Sono soldi seri.
Ma guarda il dettaglio sulla proprietà nello stesso articolo. NBA e FIBA possederebbero inizialmente il 52% di NBA Europe, e le squadre partecipanti avrebbero col tempo una quota di maggioranza dopo l’espansione dei prossimi anni. Quella frase è l’intero dibattito. La leggiamo così: nei primi anni, i più formativi, chi stabilisce calendario, strategia mediatica e regole probabilmente non sarebbero i club.
Un club che non controlla il prodotto è un inquilino. Gli inquilini ottengono buone strutture e talvolta un affitto equo, ma non decidono quando il proprietario ristruttura, vende o sposta l’edificio. Aggiungi la promessa dell’NBA di «sfruttare la piattaforma globale dell’NBA» e la sua «proprietà intellettuale premium», e non è difficile immaginare dove finirebbero i migliori club d’Europa: una divisione regionale del marchio di qualcun altro. È ciò che intendiamo per marchio satellite. Il talento, i palazzetti e i tifosi sono europei. La proprietà intellettuale e le decisioni forse no.
Il punto debole dell’Eurolega è reale, ma non è un argomento per arrendersi
Dobbiamo essere onesti con l’altra parte. Tatum sostiene che solo il 40% degli attuali club azionisti dell’Eurolega sia considerato finanziariamente sostenibile, e la stessa Eurolega dice di volerli tutti sostenibili entro la fine della prima fase del suo piano decennale. È un obiettivo dichiarato, non un risultato. Il piano promette, secondo BasketNews, 3,4 miliardi di euro distribuiti ai club in 10 anni e un’espansione a 24 squadre con fino a otto licenze a lungo termine, osserva Greek City Times. Aggiungere club a un modello fragile non è automaticamente la cura.
C’è anche un rischio commerciale concreto. Fonti del settore citate dal Sports Business Journal ritengono che, se nomi di richiamo come il Real Madrid o il Fenerbahçe passassero a NBA Europe, ipotesi concepibile per via delle clausole di uscita, le proiezioni dell’Eurolega ne risentirebbero. A nostro avviso, è questa la vera leva dell’NBA. Non ha bisogno di vincere la discussione. Le bastano due o tre grandi marchi che prendano i soldi.
Eppure la debolezza richiede una governance migliore, non la consegna delle chiavi. Un club con finanze fragili che cede il controllo non ha risolto il suo problema. Ha solo venduto la soluzione.
I club dovrebbero trattare, ma solo per una comproprietà fin dal primo giorno
La nostra raccomandazione è questa. Se l’Eurolega tratta con l’NBA, e dovrebbe tenere la porta aperta, come dice la sua stessa dirigenza, il prezzo d’ingresso deve essere una vera comproprietà fin dal primo giorno, non la promessa che le quote arrivino dopo l’espansione. I club dovrebbero anche pretendere voce in capitolo su diritti media, calendario e licenze, perché è lì che crediamo risieda il valore.
C’è un secondo punto, che anche i critici di Bertomeu dovrebbero ascoltare. La frammentazione è un pericolo genuino. L’amministratore delegato dell’Eurolega, Chus Bueno, ha avvertito che un’ulteriore frammentazione del mercato potrebbe portare al «disastro», e due massimi livelli rivali che inseguono gli stessi club, palazzetti ed emittenti potrebbero svalutare entrambi. Il timore è legittimo. Ma vale in entrambe le direzioni: l’NBA dice di voler unificare il basket europeo, e un unico ecosistema governato da una sola parte non è una partnership.
Il nostro verdetto: i club dovrebbero trattare, e farlo con fermezza, ma non firmare nulla che li lasci franchisee di un prodotto che non possono guidare. I soldi saranno forse di più nella versione europea dell’NBA. Il futuro, però, vale di più nelle mani di chi riempie davvero i palazzetti ogni settimana.
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