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Il fallimento tecnologico della Serie A svela un problema più grande del VAR

Il caso Pongracic non è stato solo un inconveniente tecnico: ha rivelato una lega priva di una gerarchia chiara e affidabile per prendere decisioni quando l’arbitraggio automatizzato va in tilt.

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21 ottobre 2026
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Immagine generata con l'IA

Quattro minuti di attesa si possono giustificare con la prudenza. Ciò che la Serie A non può difendere altrettanto facilmente è quello che è successo dopo: una decisione determinante costruita su una procedura di riserva che ha lasciato insoddisfatto il club coinvolto e il pubblico a chiedersi chi, esattamente, fosse al comando. Il gol del pareggio annullato a Pongracic non è stato soltanto un fallimento della tecnologia. È stato un fallimento della governance che aspettava solo di essere portato alla luce.

Nella partita della Fiorentina contro il Como, Marin Pongracic sembrava aver segnato il pareggio nel finale, ma il gol è stato poi annullato per fuorigioco dopo diversi minuti di verifiche. La Lega Serie A ha successivamente riconosciuto che la tecnologia avanzata per il fuorigioco non aveva funzionato e che gli ufficiali di gara avevano utilizzato una griglia manuale, il metodo di riserva consentito dalle regole FIFA. ANSA ha riferito che la Fiorentina è rimasta insoddisfatta e intende portare la questione davanti alla FIGC.

Quella sequenza è importante perché l’arbitraggio moderno non vende soltanto accuratezza. Vende una promessa istituzionale: la decisione viene presa attraverso un processo controllato e ripetibile. Quando la tecnologia ha smesso di funzionare, la Serie A doveva dimostrare che il processo restava sotto controllo. Invece, il pubblico ha visto ritardi, incertezza e un club chiedere spiegazioni più complete.

Una procedura di riserva non basta se nessuno si fida della procedura di riserva

La difesa più solida della decisione è anche la più semplice: la tecnologia può guastarsi e il regolamento del gioco contempla già l’intervento manuale. Goal.com ha riferito che gli ufficiali di gara hanno impiegato ben più di cinque minuti per verificare l’episodio, perché la squadra VAR non riusciva a stabilire la risposta con il sistema semiautomatico, prima di ricorrere alle linee del fuorigioco tracciate manualmente.

Questo può essere sufficiente dal punto di vista regolamentare. Non è automaticamente convincente.

La distinzione è fondamentale. Una procedura di riserva può essere valida senza risultare credibile. La credibilità dipende dal fatto che club, arbitri e tifosi capiscano quando viene attivata, quali prove richieda, chi la verifichi e come venga comunicata la decisione finale. In questo caso, il ritardo evidente ha fatto sembrare il metodo manuale meno una soluzione di emergenza prevista e più un’improvvisazione dettata dalla crisi.

Dobbiamo fare attenzione a non fingere che una verifica lunga dimostri che la decisione finale fosse sbagliata. La documentazione disponibile non lo dimostra. Dimostra però qualcosa di quasi altrettanto importante: la tecnologia ha fallito, è stato utilizzato il sistema manuale e la Fiorentina non ha ritenuto adeguata la spiegazione. È proprio nello scarto tra conformità alla procedura e fiducia nell’istituzione che crescono i problemi di governance.

La Serie A ha ampliato la tecnologia più rapidamente di quanto abbia chiarito le responsabilità

La tempistica rende l’episodio ancora più rivelatore. La Serie A ha iniziato la stagione 2026-27 con un quadro arbitrale ampliato. Il VAR può intervenire su decisioni chiaramente errate relative ai calci d’angolo prima della ripresa del gioco e può correggere un secondo cartellino giallo assegnato per errore. La lega ha inoltre introdotto limiti più rigidi per sostituzioni, rimesse laterali, rinvii dal fondo e rientro in campo dei giocatori dopo le cure.

Questi cambiamenti puntano in direzioni opposte. Da un lato, la Serie A vuole interventi più accurati quando un errore può cambiare una partita. Dall’altro, vuole meno interruzioni e maggiore autorità per l’arbitro in campo. La Gazzetta dello Sport ha riferito che il tempo effettivo medio di gioco era salito a 59'14'', rispetto ai 54'20'' della stagione precedente, mentre il nuovo approccio puntava a ridurre le interruzioni del VAR.

È un’ambizione ragionevole. Ma più responsabilità vengono affidate alla tecnologia, più la gerarchia deve essere esplicita quando la tecnologia non è disponibile. L’arbitro in campo riacquista piena autorità? La squadra VAR prosegue con una ricostruzione manuale? Esiste un supervisore tecnico separato? La lega pubblica successivamente le immagini e le comunicazioni pertinenti?

L’episodio Pongracic non ha offerto al pubblico una risposta convincente a queste domande. Una competizione non può chiedere ai tifosi di accettare la tecnologia come arbitro definitivo e poi passare in silenzio a uno standard diverso quando il sistema si guasta.

La trasparenza non può fermarsi a “la procedura è stata seguita”

La risposta della Lega, secondo quanto riferito, ha fatto riferimento alle immagini fornite dal VAR e ha riconosciuto sia il malfunzionamento sia l’utilizzo della griglia manuale. La Fiorentina ha inoltre chiesto le conversazioni del VAR; la lega ha dichiarato che la richiesta sarebbe stata trasmessa alla Procura federale perché le registrazioni appartengono alla FIGC.

Questa catena di responsabilità può spiegare perché le conversazioni non siano state diffuse immediatamente. Non risolve però il problema della trasparenza. In una decisione sportiva ad alta posta in gioco, il pubblico ha bisogno di qualcosa di più di una dichiarazione secondo cui è stata seguita la procedura corretta. Ha bisogno di un resoconto comprensibile della procedura stessa.

Questo è particolarmente importante perché le riforme più ampie della stagione dipendono dall’accettazione del pubblico. Un conto alla rovescia di cinque secondi o un limite di dieci secondi per una sostituzione sono facili da capire: la regola è visibile, immediata e relativamente semplice da verificare. Una ricostruzione del fuorigioco dopo il fallimento di un sistema automatizzato è diversa. Coinvolge prove tecniche che la maggior parte degli spettatori non può valutare autonomamente. Per questo, spiegare la regola, non soltanto applicarla, ne diventa parte integrante.

La Serie A dovrebbe pubblicare un protocollo chiaro per i guasti prima che arrivi la prossima controversia. Dovrebbe definire quando abbandonare il sistema automatizzato, indicare chi ha l’autorità finale, conservare le immagini pertinenti e rendere disponibili le comunicazioni attraverso l’iter federale appropriato. Dovrebbe inoltre spiegare come vengono informati i club quando si utilizza il metodo di riserva. La lega organizza già riunioni precampionato per illustrare le linee guida arbitrali; un protocollo per i guasti tecnologici dovrebbe rientrare nello stesso percorso informativo.

Il vero vincitore dovrebbe essere un regolamento capace di reggere anche al fallimento

È facile presentare tutto questo come uno scontro tra la Fiorentina e l’arbitro, o come l’ennesima discussione a favore o contro il VAR. È una prospettiva troppo limitata. La vera domanda è se la Serie A abbia costruito un sistema arbitrale che mantenga la propria legittimità quando il suo strumento più avanzato smette di funzionare.

A nostro avviso, la lega non ha ancora dimostrato di esserci riuscita. L’uso della griglia manuale può essere stato consentito e la decisione sul fuorigioco può essere stata alla fine corretta. Nessuno dei due punti risponde alla domanda di governance sollevata dai quattro minuti di attesa e dalla richiesta, ancora senza risposta, di prove più complete.

La tecnologia dovrebbe ridurre l’incertezza, non spostarla dal campo alla sala di controllo. La Serie A ha investito in un gioco più rapido e in poteri più ampi per il videoarbitraggio; ora deve investire nelle regole da applicare quando qualcosa va storto. Finché club e tifosi non sapranno esattamente chi decide, quali prove contano e come verrà fornita la spiegazione, ogni malfunzionamento sembrerà un’eccezione improvvisata. Questa non è precisione. È un’autorità che chiede di essere considerata affidabile senza mostrare come lavora.

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